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Dove arrivava lei era libeccio, un imperioso vento di profumi, di gioventù, di fascino; per questo la chiamavano la Garbina. L’altra terminologia del libeccio.
Faceva la prostituta, d’alto bordo ovviamente, anche se aveva fatto tanta gavetta, fin da giovanissima. Un bell’appartamento fra Livorno e Pisa ed una cinquantina di “prestazioni” al giorno, quasi tutti paracadutisti.
Soldi quasi a palate, con rare debolezze che le costavano care: si innamorava del cliente e questi le sottraeva i due o trecento milioni che si era messa da parte. Allora correva in studio e con una rispettosissima confidenza (spesso l’avevo levata dai guai): - Arrighetto, esclamava in romanesco, ho bisogno del suo aiuto. Questa volta non mi fregheranno, ho scelto un’altra strada.
Fu così che nei treni di prima classe si cominciò a parlare di una povera moglie, sola ed elegante, griffata, che andava a trovare il marito in ospedale, o ne tornava. Riservata, compunta, riviste di moda, seduta subito ove non c’era nessuno in modo che il primo “maschio” potesse occupare il sedile a lei vicino, snocciolava al primo malcapitato la litania di circonvenzione.
- Guardi come sono sfortunata (singhiozzino e lacrimucce), avevo un marito atletico, fusto, esaustivo maschio, con la mania del deltaplano; si è rovinato in un parapendio, da un mese è in ospedale, è tutto un gesso, ne avrà per sei o sette mesi di immobilità ed io, qui sola, a fare la spola da casa all’ospedale... Una sofferenza per tutto, ho una bella casa ma vuota e una malinconia...
Si sa bene che nulla è più suadente, al viaggiatore solitario e masculo, di una povera bella ragazza in astinenza ed in solitudine, addirittura con la casa accogliente e vuota.
- Vengo dall’ortopedico di Milano e fra un’ora siamo a Roma, a casa.
Oppure: - Vado a Milano all’ospedale ma al ritorno prendo il pendolino delle ore x per tornare a casa, a Roma.
Tutti lampi e frecce per i maschi in cerca perenne di avventure e di conquiste, e non la solita puttana. E l’avventura la faceva pagare cara, altro che quantità di paracadutisti a trenta o cinquanta cadauno. Fogli da centomila, a secondo del pollo da spennare anche il milioncino, con vacanza di un giorno o due nella bella casa romana. E con telefonate civetta assai raffinate: - Cocco come ti senti, quando ti leveranno il gesso...
In modo che il partner del momento fosse ben rassicurato del “maritino” lontano ed immobilizzato in un letto, lui che razzolava nel letto “coniugale”.
La Garbina rifece il gruzzolo dopo una bella stagione di “trenate”.
- Ora mi metto a riposo, Arrighetto, mi disse triste, anch’io sento ora il bisogno di fermarmi un po’.
Ritenne di trovare, in un marittimo forse fasullo, un buon compagno per la mezza età. Ricomparve un anno dopo ed aveva perduto tutta la sua verve, invece di libeccio era in patàna.
- Arrigheto, disse lentamente sgranando gli occhi appannati, ho un tumore, ho i mesi contati, non ce la faccio più.
Trovai il suo nome, sul quotidiano labronico, nella lista dei deceduti del notiziario comunale, per caso.
La Garbina se n’era andata, una vita dispersa.
Non avrò più nessuno che, con simpatico rispetto, come tutte le prostitute che ho incontrato nella professione, mi salutava con un confidenziale Arrighetto mi aiuti, ho bisogno di lei.
Arrigo Melani
dal Vernacoliere dell' Aprile 2001