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Lo scopo fondamentale di questa umile rubrica è quello d' esplorare e analizzare la gioventù livornese, descrivendo gli usi e i costumi che hanno caratterizzato questo mondo pittoresco dagli anni ‘80 fino ai nostri giorni.
In primis, è doveroso precisare che i ragazzi livornesi rispecchiano pienamente il carattere esclusivo della popolazione labronica: spensierato, irriverente e soprattutto spaccone. Si può infatti desumere che, mentre i tratti generali del mondo giovanile d'un certo periodo storico sono essenzialmente molto simili (almeno all'interno d'una determinata cultura nazionale), ci sono delle caratteristiche, nel caso di Livorno piuttosto pronunciate, che sono spiccatamente legate a un sottosistema di valori prettamente locali. Oltremodo, da ciò si può dedurre che non è così facile trovare nelle altre città italiane lo stesso livello d'enfasi sociale che caratterizza gli abitanti di questo angolo di mondo che sa di salmastro... e leggermente “di bottino de'fossi”, hem.
Affondando nello specifico, il mero proposito di questa stonata prolusione è quantomeno un check-up completo dei cosiddetti “guappi”,
ossia coloro che per leadership, look e modo di fare riescono a distinguersi tra i giovani e ad essere ammirati da amici e ragazze.
I “guappi” ovviamente si avvicendano nel tempo così come i loro stereotipi mutano con il trend del momento. Perciò, mentre durante gran parte degli anni '80 il simbolo del “guappo” per eccellenza è stato il gloriosissimo “cugi”, questa indimenticabile icona successivamente è stata soppiantata da “paninari, surfisti” e via dicendo.
Dopo tutto, anche quelli che hanno da tempo abbandonato la fase del “guappismo”, e sono intenti adesso a criticarla aspramente nei loro figli, possono ritrovare se stessi in questa colorita trattazione...
E'naturale che ci sia una grande differenza tra il ”cugi” e il “guappo” degli anni ‘50 che, con la brillantina nei capelli, attendeva con trepidazione l'estate per andare con la sua Lambretta a ballare in quel di Forte dei Marmi; e quello col giacchetto di pelle degli anni ‘60, che ascoltava i Beatles e si ritrovava con gli amici sul viale Carducci invece che in via Ricasoli; e quello ancora degli anni ‘70, convinto figlio dei fiori con i pantaloni a campana che, sulle note di Battisti e dei Pink Floyd, cercava d'ammaliare le bimbe redicando lo slogan: "Make love, not war!"
Ma, differenze generazionali a parte, sempre di “guappi livornesi” si trattava!
Concludendo, è opportuno aggiungere che questa rubrica contiene altresì una spiccata analisi dell'inevitabile metamorfosi caratteriale e comportamentale del giovane livornese dovuta alla crescita e alla maturità. Questa variazione è marcata da un fatto che senz'altro la maggior parte dei ragazzi vive: il passaggio da via Grande a via Ricasoli e piazza Attias, per approdare infine alla Baracchina Bianca. La regolamentazione di tale trasferimento è principalmente legata all'età, anche se non mancano casi di coloro che possiamo definire “guappi mancati” o “eterni aspiranti guappi” che frequentano sempre l'Attias nonostante siano sulla trentina. Ulteriore spostamento è quello che può avvenire tra la Baracchina Bianca e quella Rossa, che tuttavia risulta meno scontato del primo ed è riservato solo a una ristretta cerchia di persone ormai “da riòvero”, che si ostina a non voler abbandonare la fase del “guappismo...”
Paolo Morelli
dal Vernacoliere dell'ottobre 1998