NOTIZIE

IL TERRORE È DI TUTTI

IL TERRORE È DI TUTTI

Io mi ricordo per esempio anche il nostro, di terrore, quello dei livornesi sfollati nelle campagne pisane, in fuga dai bombardamenti a tappeto americani del ’43.

Noi bimbettini no, beata incoscienza di chi trova il modo di giocare anche nella guerra. Ma gli urli d’òmini e di donne sotto il fitto cannoneggiamento delle truppe Usa in avanzata nel ’44 li rammento bene, in quel rifugio scavato a mano nella terra collinosa di Bùcini, un po’ fuori di Fauglia, un gruppetto di famiglie rimpiattate in capanne di frasche per non farsi beccare dai tedeschi. E le donne più di tutto urlavan di terrore, le mamme coi bimbi abbracciati a mucchio, mentre il terriccio ci cadeva addosso col rintronare degli scoppi.

E poi ricordo il mi’ babbo buttato di picchio a coprire me e la mi’  sorellina, scaraventati nel fosso d’un campo dove in quell’estate eravamo andati a spigare – che sarebbe il raccattare qualche spiga di grano sfuggita alla mietitura, per rimediare poi un po’ di farina macinata a mano, due sassi piatti a schiacciare i chicchi strofinando forte. Mentre sulla strada vicina una colonna tedesca faceva a mitragliate con un nugolo di caccia americani arrivati a fermar d’improvviso la ritirata crucca.

E lo ricordo il premere convulso di babbo su di noi, a proteggere col corpo i due bimbi piccini spauriti, e ci diceva bòni, ora finisce tutto. E di certo era terrore anche quello, non si tremava a caso.

E tanti altri ricordi mi son rimasti di quei terrori d’allora, come quando nella piazzetta del paese arrivò improvviso un rastrellamento tedesco coi soldati di rincorsa giù dai camion a sparare per aria e urlare comandi secchi in quella lingua dura che pure è stata lingua di grandissimi poeti ma quando a volte la risento mi si rimescola ancora di spavento il sangue. E babbo m’urlò resta lì fermo nel cantino e scappò anche lui nel grande fuggifuggi con gli altri per non esser deportati nella terra di Goethe, ma te guarda di cosa ti devi spaventare.

No, così, per dire. Perché ognuno, quando si parla di terrore, ha magari da tirar fuori i ricordi del suo.

Come di certo un po’ di terrore lo ricorderanno – quando almeno non ci son rimasti secchi, come a centinaia di migliaia ci son rimasti e ancora ci rimangono e ci rimarranno – tutti gli sventurati finiti sotto le bombe e i missili e i mitragliamenti occidentali, americani specialmente, nell’Asia e nell’Africa e nel Medioriente, in trent’anni e passa di massacri d’afgani, d’iracheni, di libici e via e via macellando.

Senza contare – ma contano, eccome! – anche tanti dei macelli precedenti, e basti pensare alle guerre coloniali italiane in Africa per la parte nostra, e alle atrocità dei parà francesi in Algeria, tanto per citare anche la parte della Marsigliese, così tanto alla ribalta anc’oggi.

Ecco, penso che non sarebbe male – ogni volta che in quest’Europa sgomenta ci fanno vedere il terrore portato dai mitra degli assassini fanatici dell’Isis –  che ci mostrassero abbinato anche un po’ del terrore – di ieri e di oggi – seminato dalle bombe nostre nelle loro terre. Così, magari per non darci e dare agli altri la sensazione che solo noi occidentali abbiamo il diritto di terrorizzarci.

E chissà se unendo invece visioni di terrore a visioni di terrore, nello sgomento comune per il gran massacro di vite da cui infine nasce e prosegue tutto, non potremo infine ricordare che tutte le guerre sono terroriste, scatenate soprattutto a vantaggio di chi domina economie e religioni, fabbricanti d’armi e di cervelli rintronati.

Mario Cardinali

dal Vernacoliere dicembre 2015

 

Le Locandine