Patrizia Salutij

Patrizia Salutij

Patrizia Salutij, livornese, ha avuto nonni siciliani e pisani. Per orientarsi nella comunicazione familiare si è abituata fin dalla tenera età a lingue diverse, così fra un “dé”, un “minchia” e un “gaò” è arrivata fino agli idiomi europei, laureandosi, appunto, in lingue.  A lei piacerebbe molto chiamarsi Salutini o almeno Salutì, già che la maggior parte della gente intorno lo preferirebbe. Ma cambiare non si può, prima deve andare in pensione (c’è da ridìllo, ha solo 38 anni di contributi) per avere il tempo di fare la domanda in prefettura d’inverno, perché d’estate, a Natale e a Pasqua va parecchio in giro per il mondo portandosi dietro il paziente marito. Nel frattempo a scuola, dove insegna solo inglese, per i bidelli e i ragazzi continua ad essere la Salutì o Salutini, così come per quelli della segreteria, che  ancora non hanno capito lo spelling. Da giovane ha fatto l’impiegata, la maestra elementere e due figli maschi. Poi, siccome aveva anche preso tre abilitazioni, s’è fatta passare alla scuola media, dove continua attualmente a rintronare i bimbi con la duration form. Dice che alle superiori ormai non ci va più, si diverte troppo dov’è, anche perché, quando può, è solita rintronare pure i colleghi con i corsi di formazione e di conversation, e poi anche con i cambi d’orario nei weekend.

Amante della lettura e della recitazione, durante questi ultimi anni ha seguito con molta dedizione innumerevoli  lezioni di metodo Strasberg con Claudio il Marmugi, il che ha contribuito ad un repentino calo di stima e rispetto da parte dei ragazzi a scuola. Pazienza: a maggio poi fa sempre il saggio a teatro e questo la gasa abbéstia.

Da un paio d’anni scrive pezzi in vernacolo per la Tracina, l’inserto di satira del Tirreno del sabato, e quando non corregge compiti, scrive anche qualche racconto serio o semiserio che qualcuno di buon cuore le pubblica. Siccome non è mai stata una persona svelta, con tutta la carne che mette al fuoco la sua  famiglia nel frattempo si è abituata gradatamente a saltare le cene, ad aprire scatolette di tonno, poi a rompere gusci d’uovo ed  infine a fare frittatine, ma senza rigirarle. Lei dà un’occhiata, li osserva dal suo studio e pensa: “Meno male vai, per le penne al burro e formaggio si attrezzeranno”.

 


Le Locandine