Francesco Bargellini

Francesco Bargellini

 

Francesco Bargellini nasce nel 1977 a Pistoia. Egualmente incline all’astruseria e alle lettere, si laurea in filologia bizantina, così prendendo due piccioni con un’identica fava. Poco dopo si addottora in filologia latina e greca nella stessa Università di Firenze, pure partorendo, in quegli anni, due articoli specialistici e però di vasto interesse, entrambi incentrati sul frenulo corto di un retore mediorientale della tarda antichità.

Durante tutta la sua adolescenza (1989-2009) tenta di bilanciare la passione per certi studi con il rock anni ’70-’80, ascoltato e cantato – prende, tra l’altro, lezioni di canto per cinque anni, onde urlare con proprietà; ma anche con un tale correttivo la quantità di topa è largamente inferiore alle attese.

Quando nel 2006 comincia a insegnare materie letterarie in provincia, ha già perso così tanti capelli che le sue tendenze giovanilistiche (presenti sin da quando era giovane davvero) ne sono amaramente vanificate. Insegna tuttora, e tiene famiglia.

Poeta di discreto insuccesso nazionale, nonostante sporadici, prestigiosi riconoscimenti, il Bargellini può qui elencare i suoi primi lavori ufficiali (“Il significato”, Pezzini Editore, 2009; “Dresda”, Pezzini Editore, 2011; “Sono paura”, Polistampa, 2013) e vantare, forse, il solo “Platone!” (Aragno, 2016), opera, questa, gratificata dalla prefazione di Alessandro Fo e da speciali riscontri nel mondo delle patrie lettere. Ancora come dolente artista, pubblica suoi testi sulle riviste “Soglie”, “Poesia” e “Paragone”, oltreché, on line, su “Nazione Indiana” e “Pioggia Obliqua”. Si pregia di far parte, infine, di una miscellanea in onore del mito di Marilyn (“Umana, troppo umana”, per la cura di Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo, Aragno, 2017), in cui il suo nome è affiancato a grandi protagonisti della scena poetica contemporanea.

Francesco Bargellini è un narcisista nevrotico e un ingenuo. Affetto da horror vacui, ama gli orpelli, i fronzoli, i cascami e gli svolazzi – ma detesta la burocrazia. Lo fanno recere inoltre, in ordine sparso: il nazionalismo, l’utilitarismo, l’ovvietà, i maschi alfa, la subcultura propagata dai social, la tendenza a non porsi domande, i Nirvana, Trump. È un apocalittico: ritiene che la civiltà occidentale sia una barca che affonda – e così il tennis, quando non ci sarà più Federer.

Approda al “Vernacoliere” segnato dalla contraddizione, forse apparente, tra un innato spiritualismo, con punte di (aconfessionale) religiosità, e una devozione cronica alla topa e altre rischiose materie terrestri, come il Barco Reale. È chiaro che il Cardinali, accogliendolo in scuderia, ha inteso guarirlo. Intanto gli consente di sproloquiare, tra l’etico, il politico e il sociologico, in una piccola rubrica che prende nome dai suoi interessi platonici (“Anche i platonici s’incazzano”), del che il Bargellini gli è molto riconoscente.


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